Chiedi a un imprenditore italiano chi si occupa dei valori aziendali in azienda sua. Nove volte su dieci ti indica una persona che non lavora lì dentro.
Un consulente, uno studio, un trainer che viene due volte l’anno a fare il punto. Lo stesso imprenditore che decide ogni euro di investimento, ogni assunzione chiave, ogni fornitore strategico, su questo molla il volante. È come se qualcuno delegasse a un collega la scelta del nome di suo figlio: tecnicamente possibile, ma perde senso nel momento stesso in cui lo fa.
Qui arriva il rovesciamento. La cultura aziendale, in Italia, non ha mai avuto un posto chiaro dove stare. È un argomento che sfiora il marketing, perché non vende niente di tangibile, sfiora l’HR, perché l’ufficio del personale gestisce contratti e buste paga, sfiora la comunicazione interna, perché quella scrive le mail con l’orario del nuovo turno. Risultato: la cultura diventa terra di nessuno, e la terra di nessuno la prende chi alza la mano per primo. Di solito un fornitore esterno, che la impacchetta in un servizio con un nome inglese e un PDF da quaranta pagine.
Il problema di fondo è un altro, e riguarda chi comanda davvero. Il founder di una PMI conosce a memoria perché ha fondato l’azienda, cosa l’ha fatta sopravvivere alla crisi del 2009, quale cliente ha rifiutato per restare coerente con un principio. Questa conoscenza vive nella sua testa, nei suoi aneddoti al bar con i soci, nelle frasi che ripete ai nuovi assunti durante il colloquio. Un consulente esterno, per quanto bravo, può solo intervistarlo e trascrivere. Il risultato suona professionale, ma suona anche come una traduzione: corretta, educata, un po’ spenta. Come quando doppi un film e la battuta arriva giusta nel senso, ma perde il timing comico originale.
E qui entra il dato psicologico che rende tutto più chiaro: le persone si fidano delle storie raccontate da chi le ha vissute. Un valore aziendale raccontato dal founder con la voce incrinata per l’emozione resta impresso. Lo stesso valore riscritto in terza persona da un copywriter esterno, per quanto elegante, si legge come un comunicato stampa. E i comunicati stampa, si sa, li legge una volta chi deve approvarli, poi finiscono in un cassetto.
L’azione concreta è più semplice di quanto sembri, e non richiede di licenziare nessun consulente bravo che già lavora con te. Richiede di spostare il tuo ruolo da fonte intervistata a voce protagonista. Non sei tu che devi scrivere il PlayBook culturale della tua azienda parola per parola: ci sono metodi e strumenti che lo rendono un gesto fisico, leggibile, perfino divertente da sfogliare. Ma la materia prima, gli aneddoti, le scelte difficili, il motivo per cui quel cliente l’hai davvero rifiutato, quella resta tua, e nessun consulente può inventarla al posto tuo.
Se vuoi vedere come abbiamo trasformato la storia vissuta di un founder in qualcosa che i suoi dipendenti tengono sulla scrivania invece che in un cassetto, dai un’occhiata al caso Gruppo DE.