Hai fatto la cosa giusta. Hai guardato i numeri, hai visto che stavi sotto mercato, hai alzato gli stipendi. Ti aspettavi gratitudine, o almeno un po’ di calma.
E invece continuano ad andarsene. Magari pure di più.
A questo punto ti viene il dubbio più scomodo che possa venire a un CEO: “e se non fosse mai stata una questione di soldi?”
Facciamo un passo indietro, perché qui c’è un equivoco che va sciolto subito. L’aumento di stipendio funziona come l’antidolorifico prima di un intervento: toglie il fastidio nell’immediato, non risolve quello che c’è sotto. Se una persona sta male in un ambiente, per due mesi lavora più tranquilla perché ha più soldi in busta paga. Poi il fastidio torna, e stavolta è peggio, perché ora sa che l’azienda “ha provato a comprarla” invece di ascoltarla.
C’è un meccanismo psicologico dietro, e ha anche un nome: si chiama adattamento edonico. Il cervello umano si abitua molto in fretta a qualsiasi miglioramento economico, lo assorbe come nuovo standard nel giro di poche settimane, e torna a percepire esattamente lo stesso livello di insoddisfazione di prima. I soldi spostano l’asticella della felicità per un attimo, poi l’asticella torna dov’era. Quello che non torna dov’era, invece, è la sensazione di non essere ascoltato, di non capire perché si lavora, di non vedere nessun senso oltre lo stipendio.
E qui arriva il punto vero: le persone non se ne vanno per quanto guadagnano. Se ne vanno per quello che non gli hai mai spiegato bene: perché fate quello che fate, cosa conta davvero per l’azienda quando le cose si mettono male, cosa succede se sbagliano, chi decide cosa in una situazione ambigua. Tutta roba che di solito sta scritta (quando sta scritta) in un documento di valori aziendali che nessuno ha mai letto per intero, men che meno ricordato.
Prova a pensarci come al Monopoli: puoi anche dare a tutti il doppio dei soldi di partenza, ma se nessuno ha capito le regole del gioco, la partita resta comunque frustrante. Anzi, con più soldi in mano la frustrazione di non capire le regole diventa ancora più evidente, perché non hai più la scusa di dire “vabbè, tanto guadagno poco”.
Quindi cosa fai, oltre a sperare che la prossima busta paga funzioni meglio dell’ultima?
Prima cosa: smetti di trattare la cultura aziendale come un problema da risolvere con un numero. Non è un problema di importo, è un problema di chiarezza. Le persone restano quando capiscono il gioco, non quando vincono più fiches.
Seconda cosa: rendi quella chiarezza qualcosa che si vede e si tocca ogni giorno, non un PDF allegato alla mail di benvenuto che nessuno riapre mai più. Un valore scritto bene, illustrato, raccontato con un linguaggio che assomiglia a come parlate davvero in ufficio, resta in testa molto più a lungo di una policy in burocratese.
Terza cosa: guarda cosa succede quando lo fai sul serio, non in teoria. Noi lo abbiamo visto con il Gruppo DE, e da lì è nato uno dei casi che raccontiamo più volentieri, proprio perché non era scontato che funzionasse.
L’aumento di stipendio resta giusto, sia chiaro: nessuno dovrebbe guadagnare sotto mercato. Ma se pensi che basti quello per fermare le uscite, stai curando il sintomo e lasciando in pace la causa. E la causa, di solito, non ha lo staff commerciale che consegna le buste paga: ha bisogno di qualcuno che ti aiuti a scriverla, prima ancora che a distribuirla.